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Sovranità dei dati e AI: il rischio nascosto nella customer experience

di Letizia Olivari

Il 99% dei responsabili aziendali europei concorda sul fatto che la sovranità dei dati sia fondamentale. Eppure, secondo una ricerca di Veeam condotta su organizzazioni dell’area EMEA, il 72,5% la sta relegando in secondo piano pur di accelerare l’adozione dell’intelligenza artificiale. Il risultato è un divario che la stessa ricerca definisce il principale punto cieco operativo della regione. Il 40% dei responsabili ammette di non avere piena visibilità sui dati usati per l’AI e per l’analytics, mentre l’88% delle organizzazioni utilizza già agenti AI pur avendo, in appena il 7% dei casi, la piena consapevolezza di saperli gestire. Sono numeri che raccontano una corsa e, più silenziosamente, anchequalcosa che riguarda direttamente chi si occupa di customer experience.

Perché è anche un tema di CX

Quando un’organizzazione ammette di non avere visibilità sui dati usati per l’AI sta descrivendo, senza dirlo esplicitamente, un buco nella capacità di sapere cosa succede realmente dentro il customer journey. Ogni interazione mediata da un agente AI – una risposta generata, un’offerta personalizzata, una decisione presa in autonomia su una richiesta del cliente – si basa su dati che, in molte organizzazioni, nessuno riesce più a tracciare con certezza fino in fondo. Non sapere dove risiedono quei dati, chi vi accede, quali giurisdizioni attraversano, significa non sapere nemmeno con esattezza su quali basi viene costruita l’esperienza che si sta offrendo. La sovranità del dato, in questa prospettiva, smette di essere un tema per il reparto legale o per l’IT: diventa la condizione minima per poter garantire coerenza, tracciabilità e, in ultima istanza, fiducia nella relazione con chi sta dall’altra parte.
>È un salto che raramente viene fatto, perché lo sguardo resta quasi sempre sull’azienda come sistema, non sul cliente come punto di arrivo di quel sistema. Ma è esattamente lì che si chiude il cerchio: un’azienda che non controlla i propri dati non può, a rigore, controllare nemmeno l’esperienza che ne deriva.

L'articolo in sintesi

  • Il 99% dei responsabili aziendali europei considera la sovranità dei dati fondamentale, ma il 72,5% la sacrifica per accelerare l’adozione dell’AI (Veeam)
  • Il 40% delle organizzazioni EMEA ha il proprio principale punto cieco proprio nei dati usati per l’AI e l’analytics
  • Non sapere dove risiedono i dati e chi vi accede significa non poter controllare fino in fondo l’esperienza offerta al cliente
  • In Italia gli attacchi informatici censiti nel primo semestre 2025 sono stati 1.549, in crescita del 53% sull’anno precedente (ACN, via Indra)
  • Il quadro normativo europeo (NIS2, Cybersecurity Act, Cyber Resilience Act) sposta l’attenzione dalla sicurezza dei singoli servizi al controllo dell’intera filiera tecnologica
  • Il caso Intesa Sanpaolo dimostra che governance e produzione dell’AI non sono in conflitto, anche in un settore fortemente regolato
  • La sovranità dei dati non è un tema tecnico separato dalla customer experience: ne è, sempre più, la precondizione

Quando il controllo è esterno, lo è anche la decisione

Erminio Polito, CEO di Indra Group in Italia, ha inquadrato il tema in termini che vanno oltre la singola azienda: secondo l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, nel primo semestre 2025 sono stati censiti 1.549 attacchi informatici sul territorio italiano, con un incremento del 53% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una progressione che, sostiene Polito, non riguarda più soltanto la sicurezza dei sistemi, ma la capacità stessa di un Paese o di un’organizzazione di leggere il proprio ambiente e decidere prima che lo facciano altri. Il concetto centrale è quello che Polito chiama autonomia cognitiva: una funzione che non si misura sui server, ma sulla qualità delle scelte che le infrastrutture digitali rendono possibili. Quando un algoritmo decide al posto dell’organizzazione, in tempi che nessun essere umano può eguagliare, quel processo deve comunque potersi ricondurre a un perimetro di controllo su cui l’azienda esercita competenza e responsabilità. Se quel controllo è esterno, conclude Polito, lo è di fatto anche la decisione. Vale per uno Stato che deve proteggere infrastrutture critiche e, allo stesso modo, vale per qualsiasi organizzazione che deleghi a un sistema esterno le decisioni che orientano l’esperienza dei propri clienti.

Il quadro normativo come contesto

A dare struttura a questa responsabilità è il quadro normativo europeo, in continua evoluzione: la Direttiva NIS2 (recepita in Italia con il Decreto Legislativo 138/2024), il Cybersecurity Act e il Cyber Resilience Act. Luca Venturi, Head of Telco and B2B Sales Manager di FRITZ! Italia, ne ha ricostruito i principi cardine: la responsabilità della cybersicurezza entra direttamente nella governance aziendale, con implicazioni dirette per i vertici societari; la supply chain dei fornitori va valutata anche sotto il profilo geopolitico; i sistemi vanno progettati per ridurre le vulnerabilità fin dall’origine (security-by-design). Da questa lettura, Venturi fa discendere una tesi netta: la scelta di un fornitore tecnologico europeo diventerebbe una decisione strategica coerente con i principi di sovranità digitale, capace di anticipare i requisiti normativi futuri. Per molte organizzazioni, la scelta del fornitore però risponde a vincoli  – di scala, di competenze disponibili, di ecosistemi già consolidati –  che una lettura puramente geografica della sovranità rischia di semplificare troppo.

Dove nasce il problema tecnico

Sul piano infrastrutturale, la pressione nasce dalla scala stessa dell’AI. Cisco osserva come l’addestramento dei modelli più avanzati richieda oggi di spostare enormi quantità di dati tra migliaia di processori in tempi rapidissimi, spingendo il settore a ripensare reti, capacità di calcolo e modelli di sicurezza da zero. Quando i carichi di lavoro si distribuiscono su più cluster, in città o continenti diversi, i tempi di risposta smettono di essere uniformi, mettendo sotto stress i modelli tradizionali di gestione dei dati e imponendo architetture capaci di operare secondo il principio zero trust, dove ogni accesso viene verificato. Su un piano più operativo, Equinix propone una lettura simile in chiave di infrastrutture di colocation: secondo Petrina Steele, Business Development Senior Director dell’azienda, la sovranità del dato e dell’AI si costruisce su cinque condizioni: pieno controllo su implementazione e operazioni, chiara separazione delle responsabilità, connettività aperta senza vincoli di ecosistema, portata globale con conformità locale, custodia legale completa dei dati. Arun Dev, Vice President Digital Interconnection Services di Equinix, osserva che la domanda per le aziende non è più se i requisiti di sovranità diventeranno più stringenti, ma come prepararsi a un’infrastruttura digitale che, oggi, in molti casi non controllano fino in fondo.

Il caso Intesa Sanpaolo

Che questo equilibrio tra controllo e valore sia raggiungibile, e non solo teorico, lo dimostra un caso concreto emerso in occasione dell’evento “Sovranità Digitale nell’era dell’AI”, promosso a Milano da Lutech insieme a Cisco, NetApp e Red Hat. Giuseppe Di Franco, CEO del Gruppo Lutech, ha descritto la sovranità digitale come una responsabilità operativa concreta: mantenere continuità, governance e qualità delle decisioni anche in un contesto di crescente complessità tecnologica, portando l’intelligenza artificiale in produzione in modo sicuro, scalabile e reversibile. A dare sostanza a questa impostazione è stata la testimonianza di Federico Aguggini, Head of AI Transformation, Data Science & AI di Intesa Sanpaolo, che ha portato un esempio di AI già operativa in un contesto altamente regolato come quello bancario. Aguggini ha descritto un’architettura che poggia su una governance solida, una rete che connette funzioni centrali e periferiche, e un sistema che integra competenze tecnologiche e regole di utilizzo consapevole dell’intelligenza artificiale, con un impatto che attraversa l’intera organizzazione, vicino sia al centro decisionale sia agli utenti finali. È la conferma che governance e produzione non sono in conflitto: la seconda, in un settore ad alta regolamentazione, esiste solo se la prima è già solida.

Perché questo riguarda chi si occupa di CX

Le sei prospettive raccolte in questo articolo non nominano quasi mai il cliente. Parlano di reti, di conformità, di governance, di autonomia strategica. Ma il filo che le attraversa tutte è lo stesso: sapere dove sono i dati, chi vi accede, cosa un sistema autonomo ne sta facendo, non è un esercizio di controllo fine a se stesso. È la condizione perché un’organizzazione possa continuare a promettere, con credibilità, un’esperienza coerente a chi si affida a lei. Quando un’azienda non sa dove sono i dati dei propri clienti non può garantire trasparenza su come vengono trattati. Non può spiegare, se richiesto, perché un agente AI ha preso una certa decisione. Non può, in definitiva, controllare fino in fondo l’esperienza che offre, per quanto sofisticata sia la tecnologia che la genera. La sovranità dei dati, letta da questo angolo, non è un tema tecnico separato dalla customer experience: ne è, sempre più, la precondizione.

Fonti

  • Veeam Software, Data & AI Trust Gap Report (ricerca EMEA, giugno 2026)