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AI Visibility, PMI italiane consapevoli ma impreparate

Le piccole e medie imprese italiane hanno chiara la portata del cambiamento che l’intelligenza artificiale sta imprimendo al modo in cui i clienti le trovano online, ma questa consapevolezza non si traduce ancora in una reale capacità di reazione. È quanto emerge dallo State of European Business 2026, la ricerca realizzata da Register.it in collaborazione con iubenda,  entrambe parte del gruppo team.blue, che ha coinvolto oltre 10.000 imprese europee, di cui 381 italiane.

Il dato più significativo riguarda il divario tra percezione e prontezza: il 77,9% delle aziende italiane ritiene che l’AI cambierà il modo in cui le imprese vengono trovate online, ma solo il 29,4% dichiara di sentirsi pronto ad affrontare questa trasformazione. Uno scarto di quasi 50 punti percentuali che lo studio definisce Visibility Gap, ovvero la distanza crescente tra la presenza digitale delle aziende e la loro reale capacità di comprendere, orientare e misurare i meccanismi che le rendono visibili online.

Un mercato ancora dipendente dai motori di ricerca

L’Italia si conferma il mercato più legato ai motori di ricerca tra quelli coinvolti nell’indagine. Il 63,4% delle imprese indica Google e gli altri search engine come uno dei principali canali di acquisizione clienti, e per il 47% Google Search resta la piattaforma più rilevante per la propria visibilità. Coerentemente, il 45,1% delle aziende italiane individua nei continui cambiamenti degli algoritmi la principale minaccia alla propria capacità di essere trovate online, prima ancora dell’aumento dei costi pubblicitari e della concorrenza digitale.

Il tema del controllo emerge come nodo centrale a livello europeo: solo il 5,5% delle imprese afferma di sentirsi pienamente in grado di governare il modo in cui i clienti le scoprono online, mentre quasi quattro aziende su dieci dichiarano di avere una percezione limitata o nulla dei meccanismi che determinano la propria visibilità digitale.

Asset proprietari come leva strategica

In questo scenario, gli asset digitali di proprietà delle aziende — a partire dal sito web — assumono un ruolo sempre più strategico. Le imprese italiane mostrano su questo fronte alcuni segnali positivi: il 90,1% dispone di un sito web, percentuale superiore alla media europea, e il 67,9% dichiara di avere una piattaforma completamente ottimizzata per il mobile. Il 16,6% delle imprese monitora inoltre in modo accurato le conversioni online, posizionando l’Italia tra i Paesi più maturi nella misurazione delle performance digitali.

Claudio Corbetta, Group CEO di team.blue, ha osservato che le imprese sono consapevoli della trasformazione in corso ma non sempre si sentono preparate ad affrontarla, e ha sottolineato come la sfida non sia semplicemente adottare nuove tecnologie, quanto costruire una presenza digitale solida in un ecosistema sempre più complesso e frammentato. Sulla stessa linea, Silvia Mazzanti, Commercial Director Italy di Register.it, ha evidenziato il paradosso per cui molte imprese, pur consapevoli dell’impatto dell’AI, continuano a dipendere da piattaforme e canali che non controllano direttamente, con il rischio di perdere non solo visibilità ma anche la capacità di comprendere e governare le dinamiche che la determinano.

Lo studio conferma infine il peso di fiducia e trasparenza nelle scelte digitali delle imprese: oltre il 73% delle aziende italiane considera la fiducia nel fornitore un elemento molto importante nella selezione di strumenti e partner digitali, mentre quasi il 45% attribuisce grande valore alla localizzazione dei dati.

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