Negli ultimi mesi il modo in cui le persone si informano è cambiato in silenzio, ma in profondità. Prima di scegliere un fornitore, confrontare un prodotto o farsi un’idea su un intero settore, sempre più utenti aprono ChatGPT, Gemini, Claude o Perplexity al posto di un motore di ricerca tradizionale. La domanda non è più solo “dove trovo questa informazione”, ma “cosa mi risponde l’intelligenza artificiale se le chiedo di questo”.
È in questo spostamento che nasce il concetto di AI Visibility: la capacità di un brand, di un prodotto o di un intero settore di comparire, e di comparire nel modo giusto, nelle risposte generate dai motori di intelligenza artificiale generativa. Non si tratta solo di essere citati, ma di capire come viene raccontato un tema, con quali informazioni, accanto a quali competitor e con quale tono. Ed è proprio nel “come” che oggi si forma buona parte della percezione dell’utente.
Perché la SEO da sola non basta più
Per anni le aziende hanno misurato la propria presenza online attraverso la SEO: posizionamento nei motori di ricerca, parole chiave, backlink. Oggi, però, una parte crescente delle ricerche non produce più un elenco di link da cliccare, ma una risposta già confezionata, sintetizzata e restituita in linguaggio naturale. Chi si informa in questo modo arriva a contatto con un’azienda già con un’opinione parzialmente formata, costruita non su ciò che l’azienda comunica direttamente, ma su ciò che l’intelligenza artificiale ha raccontato di lei. Accanto alla SEO, si sta quindi affermando l’esigenza di presidiare anche la visibilità nei motori generativi: sapere se il proprio brand esiste in questo nuovo spazio informativo, invece di lasciare che la propria immagine venga raccontata solo da fonti terze, magari incomplete, datate o addirittura scorrette.
Cosa misura davvero l’AI Visibility
Le piattaforme che si occupano di AI Visibility nascono proprio per rispondere a questa esigenza: sottopongono domande relative a un brand o a un settore ai principali motori di intelligenza artificiale, ne raccolgono le risposte e ne monitorano l’evoluzione nel tempo. In questo modo è possibile capire se un’azienda compare nelle risposte generate dall’AI, con quali informazioni, e in che rapporto rispetto ai competitor.
La maggior parte degli strumenti oggi disponibili si basa su domande predefinite, costruite a tavolino dagli analisti. È un approccio utile, ma parziale: rischia di misurare ciò che gli esperti ritengono rilevante, non ciò che le persone chiedono davvero quando parlano di un brand o di un settore.
L’approccio di Shibumi: partire da chi fa le domande
Shibumi, realtà MarTech e data-driven con sedi a Milano, Torino e Madrid, ha scelto un’altra strada, integrando l’AI Visibility all’interno di Blogmeter, la propria piattaforma di social listening e ascolto integrato. Le domande sottoposte ai modelli non sono costruite a priori, ma estratte dall’analisi dei commenti e delle conversazioni reali che le persone lasciano online: dubbi, curiosità e obiezioni che riguardano un brand, un prodotto o un tema di settore specifico, e che risultano maggiormente sentiti dal pubblico. È lo stesso pubblico, con le sue parole, a definire di fatto i temi da monitorare, non un elenco di prompt preconfezionati.
Ogni domanda viene poi sottoposta in parallelo a più motori di intelligenza artificiale, tra cui ChatGPT e Gemini, e le risposte vengono raccolte e mostrate a confronto direttamente in piattaforma. Il risultato è una fotografia di come ciascun modello racconta un tema, con quali argomenti e accanto a quali marchi concorrenti, aggiornabile nel tempo mano a mano che i modelli evolvono.
Un esempio rende bene l’idea: se un utente chiede a un modello AI se convenga installare una batteria di accumulo per il fotovoltaico, la risposta che riceve, con quali argomenti a favore e contrari, quali marchi vengono citati come riferimento e quali incentivi fiscali vengono menzionati, orienta già in parte la sua decisione. Un’azienda che opera in quel settore ha tutto l’interesse a sapere se compare in quella risposta, e con quali informazioni, prima ancora che l’utente arrivi a contattarla.
Una nuova componente della relazione con il cliente
Per chi si occupa di customer experience, comunicazione o marketing, l’AI Visibility non è un tema puramente tecnico: è una nuova componente del modo in cui si forma la percezione del cliente, ancora prima che questo entri in contatto diretto con l’azienda. Il modo in cui l’intelligenza artificiale racconta un settore plasma già le aspettative, i dubbi e persino le obiezioni con cui gli utenti arrivano a un primo confronto lungo il customer journey. Porsi la domanda, il mio brand, per l’intelligenza artificiale, esiste?, è un primo passo che non richiede grandi investimenti, ma un cambio di prospettiva: iniziare a misurare la propria presenza per poterla, eventualmente, migliorare e presidiare in modo consapevole.
Un test gratuito
Grazie a una partnership tra CMI e Shibumi possiamo offrire una prova gratuita e senza impegno del servizio: si parte con una breve call conoscitiva con un analista, che raccoglie le esigenze di monitoraggio, il brand o il settore da osservare, i temi che interessano, i competitor di riferimento. Sulla base di quanto emerso, l’analista prepara poi un report d’esempio personalizzato, che permette di vedere concretamente come il tuo brand o il tuo settore vengono raccontati oggi da ChatGPT, Gemini e dagli altri motori AI. Se sei interessato scrivi a relazioni@cmi.network
