
Sebbene il tema del cloud possa sembrare distante dalla Customer Experience, rappresenta invece una componente infrastrutturale decisiva che consente l’utilizzo di tecnologie avanzate, la circolazione dei dati e l’erogazione di servizi digitali personalizzati, sicuri e affidabili. Abbiamo approfondito il significato di sovranità del dato, il ruolo della fiducia, l’impatto culturale della trasformazione digitale e le prospettive future. Ne abbiamo parlato con Michele Zunino, Presidente del Consorzio Italia Cloud e Amministratore Delegato di Netalia.
Vorrei partire dal concetto di sovranità del dato: il dato è la base di tutto ciò che facciamo, senza dati l’AI non funziona e non è possibile costruire relazioni personalizzate. Che cosa cambia per aziende e cittadini rispetto al luogo in cui il dato è custodito e perché oggi si parla di cloud europeo?
La risposta non è semplice, perché il contesto è ampio e articolato. Oggi la gestione delle informazioni è un elemento di competitività essenziale, dal quale non possiamo più prescindere. Diventa quindi necessario sapere dove risiedono i nostri dati, chi ha accesso e poter contare su garanzie affinché le informazioni rimangano nella nostra disponibilità, preferibilmente esclusiva, per interpretare correttamente la realtà quotidiana. Si parla di cloud sovrano perché è importante che le informazioni rimangano all’interno del perimetro di interesse nel quale sono state create o al quale appartengono. La sovranità serve quindi a tutelare sia i soggetti giuridici sia gli individui che generano i dati e che devono mantenere la possibilità di disporne. È un tema fortemente legato anche alla fiducia: le persone accettano di condividere dati e di autorizzarne l’uso quando si sentono tutelate e in un rapporto trasparente con l’azienda che li raccoglie.
La fiducia è assolutamente centrale nel rapporto tra cloud provider e utenti. Il cloud provider diventa una sorta di “custode” delle informazioni affidate da aziende e persone, e ha quindi l’obbligo, oggi non solo morale ma anche normativo, di gestirle con criteri rigorosi di riservatezza, sicurezza e integrità, stabilendo un rapporto basato su trasparenza e responsabilità.
Come si collega questo tema alla Customer Experience e in che modo il cloud, e l’infrastruttura che promuovete come Consorzio Italia Cloud, diventa un abilitatore dell’esperienza e non solo un tema tecnico?
Il Consorzio riunisce alcuni cloud provider italiani che condividono un percorso basato su regole normative, valori comuni ed elementi etici. Il nostro ruolo è rappresentare questi soggetti, valorizzando una visione condivisa e portando l’attenzione su temi come la sovranità del dato e altri aspetti collegati, rivolgendoci sia al mercato sia al legislatore. Ogni azienda mantiene la sua autonomia gestionale, ma ciò che condividiamo è la presa di coscienza dell’importanza di tutelare i consumatori e di portare maggiore trasparenza. La normativa sul cloud, come spesso accade, arriva dopo l’evoluzione del mercato per cercare di regolamentare ciò che non sempre è trasparente, e lo stesso è avvenuto in quest’ambito.
Se togliamo per un momento il tuo ruolo istituzionale e indossiamo quello dell’imprenditore, come la tua azienda interpreta la fiducia e la Customer Experience?
Il punto di partenza è la trasparenza contrattuale. Può sembrare un dettaglio, ma è fondamentale definire chiaramente come viene trattato il patrimonio digitale dei clienti: conservazione, sicurezza, gestione e soprattutto disponibilità. Ritengo che oggi il tema della disponibilità sia ancora più critico della riservatezza, visto l’attuale contesto geopolitico, meno stabile rispetto al passato. La certezza di poter accedere ai propri dati in qualsiasi momento è essenziale, così come operare all’interno dello stesso perimetro normativo del cliente, che rappresenta una tutela rilevante.
Ci sono settori o contesti che stanno interpretando meglio questa trasformazione e un approccio cloud davvero customer-centric?
A mio avviso non è tanto un tema di settore quanto di cultura. Ci sono contesti in cui il cloud è già normale e altri più resistenti. La vera adozione è un tema culturale e anche generazionale: chi, come me, ha vissuto l’informatica degli anni ’90 tende a vedere il cloud come estensione del passato. Le nuove generazioni, invece, non hanno vincoli ideologici e vivono il cloud come la normalità, senza sovrastrutture tecnologiche.
Viviamo però anche momenti di fragilità, quando servizi digitali o piattaforme non funzionano. Come va interpretata questa vulnerabilità?
Un incidente può sempre capitare, specie nella complessità. Succede in qualsiasi settore: un treno può fermarsi, un aereo può ritardare. Non è diverso per il cloud. Ciò che conta è progettare infrastrutture che minimizzino il rischio di disservizi, ma non tutto il cloud è uguale. La scelta del provider è fondamentale e non può basarsi solo sul prezzo. È legittimo farlo pesare ma non può essere l’unica variabile: in molte soluzioni più economiche il rischio cresce, soprattutto rispetto alla disponibilità. In alcuni casi il rischio è accettabile, in altri va valutato con molta attenzione.
Siamo diventati anche molto meno tolleranti rispetto alle interruzioni.
Sì, il digitale è ormai pervasivo e soprattutto portatile: lo abbiamo sempre con noi. Non abbiamo più un piano B analogico, il “backup cartaceo”. Questo rende l’impatto dei malfunzionamenti più rilevante. Oggi esistono comunque strumenti e strategie per minimizzare gli impatti, come ad esempio la diversificazione dei fornitori in una logica multi cloud: è una questione di valutazione del rischio e della scelta conseguente.
Per chiudere, cosa vedi nei prossimi anni e su cosa state lavorando, ad esempio guardando al 2026?
Stiamo assistendo a un’evoluzione dei perimetri di sovranità, e si parla anche di “sovranizzazione” delle infrastrutture, cioè dell’idea di rendere pienamente sovrani sistemi già esistenti grazie ad azioni mirate. Finalmente si riconosce che il digitale non è solo tecnologia ma cultura, economia, industria e società. Non è più un compartimento isolato ma un sistema orizzontale su cui si regge la nostra vita quotidiana. La sovranità è anche libertà di scelta e di pensiero, perché attraverso l’interpretazione dei nostri dati e delle esperienze digitali prendiamo decisioni e disegniamo il futuro. Mantenere autonomia nella gestione dei dati e nella capacità di calcolo diventa quindi un’esigenza imprescindibile per garantirci libertà e indipendenza in un sistema complesso come quello globale.




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