La grande distribuzione organizzata italiana non guarda più all’intelligenza artificiale come a una suggestione futuristica, ma il passaggio dalla sperimentazione all’adozione industriale rimane un salto che quasi nessuna azienda ha ancora compiuto. È la fotografia che emerge dalla survey AI nella GDO, realizzata da Fòrema ed E.N.I.A. su commissione delle tech company Aton e GTN, condotta su un campione di 70 primarie aziende del settore, poco più di cento in totale in Italia, il 46% delle quali supera il miliardo di euro di fatturato.
Il dato più significativo riguarda la distribuzione per livello di maturità: il 68% delle aziende intervistate (48 su 70) si colloca ancora nelle fasi di esplorazione o sperimentazione attiva, il 19% (13 realtà) non ha ancora avviato alcuna attività, e una sola impresa (pari all’1,4% del campione) dichiara di aver avviato lo scaling, ovvero l’adozione su scala industriale. Per Giorgio De Nardi, CEO di Aton, questo sbilanciamento segnala dove si trova il vero collo di bottiglia: non si tratta solo di far funzionare una nuova tecnologia, ma di renderla replicabile e sostenibile all’interno di reti logistiche complesse e di centinaia di punti vendita fisici. La chiave, secondo De Nardi, è una visione sistemica capace di tradurre i dati in decisioni operative immediate, misurandone l’impatto reale con rigore.
Dove l’AI entra in funzione
Laddove l’intelligenza artificiale è già operativa, lo è in modo pragmatico, con una netta preferenza per l’efficienza interna. Le applicazioni più diffuse sono le knowledge base aziendali, adottate da 38 imprese, seguite dal monitoraggio delle rotture di stock (out-of-stock, 28 applicazioni) e dalla gestione dei prezzi e delle promozioni (28 realtà). La riconciliazione automatica dei documenti (DDT) e i chatbot per il customer service raccolgono ciascuno 23 preferenze, mentre l’ottimizzazione dei consumi energetici è presente in 21 casi. Un quadro orientato prevalentemente alla riduzione dei costi operativi, con il negozio fisico che resta ancora il terreno più complesso da integrare.
Il freno non è tecnologico
Le barriere principali all’adozione su larga scala non sono di natura tecnologica né finanziaria, ma organizzativa. La carenza di competenze interne specializzate è citata da 41 aziende su 70; la resistenza culturale al cambiamento e la diffidenza verso l’AI raccolgono 35 risposte; per 29 aziende i benefici reali dell’innovazione rimangono ancora da quantificare. Matteo Sinigaglia, direttore generale di Fòrema, sottolinea come questi numeri indichino che la transizione digitale rischia di arenarsi: non basta finanziare progetti pilota, serve un piano strutturato di alfabetizzazione e formazione manageriale sul dato per trasformare gli algoritmi in produttività industriale.
La governance e l’AI Act come priorità urgenti
Il quadro normativo è il fronte più esposto. Solo 11 aziende hanno formalizzato una policy interna di governance sull’AI, 17 la stanno definendo, mentre 42 realtà non hanno ancora affrontato il tema della compliance rispetto all’AI Act europeo. Paola Geretti, CEO di GTN, definisce questa situazione un rischio strategico e operativo di prima grandezza: adottare l’AI senza una policy formale espone le imprese a vulnerabilità legali ed etiche che possono penalizzare gli investimenti e bloccare lo scaling. La GDO, secondo Geretti, deve strutturare urgentemente modelli di governance chiari, capaci di coniugare la spinta verso l’automazione con la piena responsabilità del dato.
Una lettura condivisa da Valeria Lazzaroli, presidente di Fondazione E.N.I.A., che vede nello squilibrio tra chi sperimenta e chi scala un segnale di shock culturale e normativo prima ancora che tecnologico. Senza una solida struttura di regole, senza una diffusa cultura del dato e senza investimenti massicci nelle competenze interne, l’AI nella GDO rischia di generare diffidenza anziché valore.
L’indagine è stata presentata a Padova, nella sede de Le Village, nell’ambito dell’evento “Retail Tech”. Tra i partner che hanno sostenuto l’iniziativa: Zebra Technologies, Datalogic, Soti e Largo Consumo in qualità di media partner.





