Si narra che nel 1994 Jeff Bezos tenesse una sedia vuota nelle riunioni del suo garage. Rappresentava il cliente: la persona più importante nella stanza, e l’unica che non poteva parlare. Quella sedia è diventata un simbolo, e chissà se è davvero per questo che Amazon viene citata ogni volta che si parla di relazione col cliente. L’origine è incerta, ma l’immagine funziona: il cliente è sempre presente nelle discussioni, ma raramente nella stanza.
Ho portato questa sedia sul palco al Richmond E-Commerce Forum, a Rimini, con un’intenzione precisa: non fare una conferenza, ma raccogliere storie. Storie vere, di clienti reali, di errori e di recuperi, di aspettative disattese e di gesti inattesi. Accanto a me, Lucia Ciarambino di Gheda Pet Food, Felicita La Peccerella di Petrone Online e Maria Senatore di Sease. Tre manager, tre settori diversi, una sedia vuota in comune. Avevo anche una borsa. Saliva sulla sedia quando il cliente era al centro della storia, scendeva quando non lo era. Ha lavorato molto.
Il meccanismo si inceppa dove meno lo si vede
La prima storia era quella di un pacco. Ordinato di giovedì, atteso per lunedì. Lunedì non arriva nulla. Il sito dice “in transito”. Martedì ancora niente. Mercoledì arriva una mail automatica: mancata consegna. La cliente era in casa. Chiama il corriere, che non sa nulla. Chiama il customer service, che le dice di aspettare 48 ore. Il pacco arriva il venerdì successivo: cinque giorni dopo la data promessa, quattro interazioni, zero chiamate proattive. Lucia Ciarambino ha detto una cosa semplice e precisa: l’informazione c’era. Si sapeva che il pacco non era stato consegnato. Il problema non era tecnico, era culturale. Nessuno aveva deciso che quella informazione dovesse diventare un’azione verso il cliente. Rimediare è possibile, e farlo bene può trasformare un’esperienza negativa in qualcosa che il cliente ricorda positivamente. Ma bisogna decidere di farlo, e costruire i processi perché accada.
Ho chiesto alla platea quante volte avessero ricevuto una comunicazione proattiva da un fornitore durante un problema. Poche mani. Poi ho chiesto quante aziende in sala avessero un processo per farlo. Qualche mano in più, ma non molte. È un segnale.
I dati raccontano solo metà della storia
La seconda storia parlava di scarpe. Una cliente cerca scarpe, ne compra un paio elegante per un matrimonio. Il sito continua a mostrarle scarpe sportive; quelle che aveva cercato prima, non quelle che aveva comprato. Le arriva un’email: “Sappiamo che ami le scarpe sportive.” Lei si disiscrive dalla newsletter. Felicita La Peccerella ha inquadrato il problema con precisione: in certi settori – il beauty e il farma tra questi – il carrello è sempre misto. Prodotti per sé, per la figlia, per il padre, per un’amica. Ogni acquisto entra in un segmento, ma il segmento non racconta la persona. La personalizzazione costruita sui dati di ricerca, senza leggere i dati di acquisto, produce un’esperienza che sembra sorveglianza più che attenzione. E quando il cliente la percepisce così, smette di rispondere e poi smette di comprare. Il punto non è che la tecnologia non funzioni. Il problema è cosa si chiede alla tecnologia di fare.
Quando il cliente vuole di più di quello che il sito può dare
La terza storia veniva dall’esperienza diretta di Maria Senatore con il cluster VIP di Sease, un brand di fashion luxury. Il cliente tipo: cinquantenne, alto spendente, abituato a delegare. Compra l’intera collezione di pantaloni, dimentica di averne già tre dello stesso colore, e dopo mesi chiede di restituirli fuori dal periodo di reso. Succede una volta, due, tre. A quel punto il team di customer care ha fatto una scelta: invece di applicare la regola, ha inventato un servizio. Una preselezione personalizzata, inizialmente in PowerPoint: quello che hai già, quello che potrebbe piacerti, con i suggerimenti di styling del team. Il cliente evidenzia in verde quello che vuole, loro fanno l’ordine. Per un altro cliente con problemi di taglia: una videochiamata per prendere le misure, e da quel momento ci pensa il team. Il tasso di reso è dimezzato. Non è scalabile per tutti. Ma è la dimostrazione che capire davvero un cliente cambia la natura del servizio che gli puoi offrire.
Le storie che non avevo preparato
Oltre alle storie che avevo preparato Ne sono venute fuori molte altre, dalla platea. Un reso impossibile nonostante la promessa di reso gratuito. Un prodotto in garanzia gestito chiedendo telefonicamente il numero della carta di credito, nel 2026. Un errore di picking risolto male perché il negozio fisico non sapeva nulla dell’ordine online: stessa azienda, sistemi separati, cliente in mezzo. E poi due storie che non dimentico. Una donna che durante una malattia cercava accessori specifici per coprire la testa, e ha ricevuto per mesi pubblicità di shampoo e piastre per capelli. Un’altra che aveva perso un bambino e non riusciva a uscire dai flussi di marketing per le neo-mamme a cui si era iscritta. In entrambi i casi, la segnalazione era arrivata, ma nessuno aveva risposto. Anche in questi casi non è un tema di tecnologia, ma è una questione di chi decide che certe informazioni meritano un’azione umana. C’è stata anche la storia opposta: un brand americano di cibo per animali che si accorge che un cliente non riordina più. Scopre che il cane è morto. Gli manda a casa una statuetta con il nome dell’animale e la scritta “Ci mancherà.” Quel cliente è rimasto fedele per vent’anni.
Quello che rimane
Alla fine della sessione ho detto una cosa che pensavo da prima di salire sul palco: dietro ogni numero che trattiamo ogni giorno c’è una persona, con una storia. Non è possibile conoscerle tutte, ma è possibile costruire processi, e prima ancora una cultura, che lascino spazio a intercettarle quando emergono. Quella sedia sul palco non è rimasta vuota per tutta la sessione. Ogni volta che una storia metteva il cliente al centro, la borsa saliva. È successo più volte di quanto mi aspettassi.





