Spesso si pensa che in Italia non ci sia un tessuto tecnologico avanzato. Una ricerca sviluppata dall’Università di Padova e da InfoCamere offre invece numeri che cambiano la prospettiva e mostrano un’offerta di intelligenza artificiale in rapida espansione, con 14.840 imprese AI-focused a fine 2025. Il contraltare, secondo quanto ha affermato il Senatore Questore Antonio De Poli, è un tessuto di PMI che per il 76% non ha investito né prevede di investire in AI. Lo studio, intitolato “L’economia dell’Intelligenza Artificiale. La mappa delle Imprese AI-focused in Italia”, è stato sviluppato per il festival DIGITALmeet 2026 e presentato a Palazzo Madama su iniziativa dello stesso De Poli. Per imprese AI-focused si intendono quelle che inseriscono formalmente l’AI nel proprio oggetto sociale, perché è parte fondante della loro offerta.
Un’offerta giovane, concentrata e più produttiva delle imprese comparabili
Il 72% delle imprese censite è nato tra il 2021 e il 2025 e il 93,1% è una microimpresa. Oltre due terzi (69,8%) operano nei servizi di informazione e comunicazione o nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, e il cluster più numeroso è quello del software e degli algoritmi innovativi, con 3.289 aziende. La geografia è concentrata: Lombardia, Lazio e Campania ospitano il 53,1% delle imprese, mentre Milano e Roma da sole ne raccolgono più di una su tre. I bilanci indicano performance migliori rispetto a un gruppo di controllo. Nel 2024 la produttività mediana del lavoro è stata di 50.400 euro per occupato, contro i 45.900 euro delle imprese comparabili (+9,8%). Paolo Gubitta, professore ordinario di organizzazione aziendale all’Università di Padova e coordinatore scientifico della ricerca, ha aggiunto che il valore aggiunto mediano risulta superiore del 50% Il valore della produzione del settore ha raggiunto i 21,5 miliardi di euro, ma con forte polarizzazione: solo l’1,5% delle aziende genera l’80% del totale. Gli addetti sono circa 105.800, oltre 22.600 in più rispetto al 2022 (+27,2%), e più della metà si trova in Lombardia.
Il divario tra chi sviluppa AI e chi la adotta
Secondo De Poli, il primo tema è il capitale umano: le imprese AI-focused hanno bisogno di competenze altamente qualificate e occorre creare le condizioni per trattenere in Italia i talenti formati. Il secondo riguarda le PMI, dove oltre al 76% senza investimenti, solo il 7% ha avviato una formazione strutturata. Per De Poli serve un ponte tra chi sviluppa l’intelligenza artificiale e chi deve utilizzarla, perché non basta acquistarla: bisogna imparare a organizzarsi con essa. Sulla stessa linea Gubitta, che ha indicato la strada nel collegare l’offerta ai problemi concreti delle PMI, con progetti congiunti tra università e associazioni imprenditoriali. A suo avviso le politiche di sostegno dovrebbero accompagnare il passaggio dalla sperimentazione all’impiego continuativo e misurare i risultati nelle imprese clienti.
Pesa anche il ritardo sulle competenze. L’Italia si ferma al 31,6% di laureati tra i 25 e i 34 anni, contro il 44,1% della media UE27, e al 45,9% di competenze digitali di base, contro il 55,6% europeo. Gianni Potti, fondatore di DIGITALmeet, ha ricordato che circa una persona su due in Italia possiede competenze digitali adeguate, contro il 60% circa della media europea.
I dati sulla produttività riguardano chi sviluppa AI, non i benefici per chi la adotta perché la ricerca non misura questo ambito. Lo stesso Gubitta ha dichiarato che il valore strategico dell’AI si vedrà nella capacità di far crescere la produttività delle filiere.





