Le persone hanno più tempo libero di prima, ma lo vivono spesso da sole. Da questo paradosso nasce la crescita dei membership club e delle community di marca. Con essa si apre un passaggio economico che va oltre l’esperienza: la trasformazione della persona come nuovo livello di valore economico.
Il valore economico si sta spostando dalla transazione all’appartenenza, e dall’appartenenza alla trasformazione personale. Le persone hanno oggi tre ore in più di tempo libero ogni settimana rispetto al 2019, secondo McKinsey ConsumerWise: quasi il 90 per cento di quel tempo finisce in attività solitarie, perlopiù online. Ogni attrito digitale rimosso ha reso più raro un incontro fisico vero, e questa rarità è diventata il terreno su cui crescono i modelli di business più interessanti del momento.
Chi lavora nel marketing, nella customer experience o nel CRM conosce bene la sequenza che ha portato dal prodotto al servizio e dal servizio all’esperienza. Il passaggio che sta avvenendo ora è meno raccontato, ma altrettanto concreto: dall’esperienza si sale all’appartenenza, e dall’appartenenza alla trasformazione della persona. È una scala di valore precisa, con logiche economiche diverse a ogni gradino, e le aziende che la leggono per prime stanno costruendo margini che i modelli puramente transazionali faticano a replicare.
Il tempo libero che non genera relazione
I dati McKinsey pubblicati a ottobre 2025 descrivono con precisione un paradosso: i consumatori statunitensi dispongono di più tempo libero rispetto a sei anni fa, eppure la quota più ampia di quel tempo si consuma in solitudine. La comodità digitale ha eliminato quasi ogni frizione: si acquista, si prenota, si comunica senza mai dover interagire con un luogo o con una persona. Il risultato collaterale è che il contatto fisico casuale, quello che un tempo accadeva semplicemente vivendo, oggi va cercato con intenzione. Spesso la domanda di relazioni fisiche, reali, tattili, cresce proprio dove la sostituzione digitale è arrivata prima e più a fondo, e questo apre uno spazio commerciale enorme per chi sa progettare occasioni di incontro autentiche.
Blooloop, piattaforma di riferimento per il settore delle attrazioni e dell’intrattenimento, ha descritto questo scarto con un’espressione utile: il fulfilment gap, lo spazio tra ciò che le persone desiderano di più, cioè significato e appartenenza, e ciò che il mercato fornisce di meno. È un modo preciso per misurare una domanda ancora scoperta: il settore del location-based entertainment, secondo la stessa fonte, è destinato a triplicare il proprio valore entro il 2034, con un ritmo di crescita quasi dieci volte superiore a quello dell’economia globale. Quando un gap si misura così, significa che c’è domanda reale in attesa di un’offerta capace di intercettarla.
La risposta dei membership club
Una delle risposte più visibili a questo bisogno sono i membership club. Forbes, in un articolo del 29 luglio 2026, riporta una proiezione del mercato dei membership club a 59 miliardi di dollari entro il 2033. I membership club ricostruiscono con intenzione quello che il sociologo Ray Oldenburg chiamava terzo spazio: un luogo diverso da casa e da lavoro, pensato per l’incontro informale e ripetuto. Run club, community di corsa cittadine, club tematici come Musly Club, spazi di wellness collettivo: la forma cambia, la funzione resta identica, offrire un contesto in cui appartenere a qualcosa, oltre che accedere a qualcosa.
La distinzione conta perché cambia il modo in cui un’azienda deve progettare l’offerta. Un loyalty program tradizionale premia la transazione: più acquisti, più punti, più vantaggi. Una community costruita bene lavora sull’identità: il cliente resta perché quel luogo, quel gruppo, quel rituale sono diventati parte di come si racconta, e i punti accumulati diventano un dettaglio secondario. L’incontro dà senso al luogo nel quale avviene.
Una ricerca della Harvard Business Review, citata da Elevate in un articolo di aprile 2026, misura la differenza in modo netto: chi identifica un marchio come parte della propria identità personale mostra una propensione a passare alla concorrenza 3,4 volte inferiore rispetto a chi partecipa solo per ottenere un premio. Un programma loyalty premia la transazione, una community lavora sull’identità.
Il fitness come laboratorio del fenomeno
Il settore fitness offre oggi i dati più solidi per osservare questa dinamica, ed è utile guardarlo con attenzione anche per chi non si occupa di palestre. Fortune Business Insights valuta il mercato fitness globale a 131,31 miliardi di dollari nel 2025, con una proiezione a 244,70 miliardi entro il 2032, pari a un tasso di crescita annuo del 9,3 per cento.
Dentro questi numeri si nasconde il vero motore: ABC Fitness, nel suo report sul settore del 2025, calcola che i membri con un forte senso di comunità hanno tre volte più probabilità di restare iscritti, e fino al 70 per cento di loro cita l’ambiente sociale come motivo principale per continuare. ClassPass, in un’analisi di agosto 2026, aggiunge un elemento ancora più interessante dal punto di vista sociale, oltre che commerciale: il 53 per cento degli adulti tra 18 e 34 anni indica oggi fitness e wellness come il proprio principale spazio di relazione sociale, davanti alla vita notturna, alla ristorazione e all’intrattenimento. La palestra, per una parte consistente della Generazione Z, ha preso il posto che un tempo occupavano altri luoghi di incontro.
Le persone pagano per appartenere a chi frequenta uno spazio, oltre che per usare quello spazio.
Il retail e gli eventi confermano la stessa tensione. Una ricerca Harris Poll condotta con Quad segnala che il 79 per cento dei consumatori sente la mancanza della scoperta casuale che avviene solo di persona, e il 71 per cento afferma che vivere l’esperienza di un marchio in un negozio fisico crea una fedeltà difficile da replicare online. JLL, nel suo report retail 2026, rileva che l’83 per cento dei consumatori valorizza il negozio fisico proprio per la componente tattile e relazionale. Live Nation registra che il 93 per cento del suo pubblico partecipa ai concerti per l’esperienza fisica condivisa, e l’80 per cento preferisce spendere per vivere qualcosa piuttosto che possedere un oggetto in più.
Questi numeri, letti insieme, raccontano una convergenza tra settori molto diversi: fitness, retail, musica dal vivo, intrattenimento. Il filo comune è la ricerca di un contatto reale che il canale digitale, per quanto efficiente, produce raramente. Le aziende che stanno crescendo di più in questi ambiti hanno capito che il proprio prodotto principale, più che l’oggetto o il servizio venduto, è il contesto sociale che riescono a costruire attorno alla propria offerta.
Le aziende migliori riescono a costruire un contesto sociale intorno a ciò che vendono. @gcmocci
Dall’esperienza alla trasformazione
Del resto, un servizio si fattura per l’attività svolta, un’esperienza si fattura per il tempo durante il quale il cliente la vive, e una trasformazione si fattura per il risultato ottenuto sulla persona: un cambiamento reale, misurabile nell’identità o nelle abitudini di chi l’ha vissuta.
Qui si apre uno spazio interessante anche per il rigore analitico, perché questa distinzione va tenuta separata da un fenomeno che le somiglia solo in superficie: la premiumizzation. Aumentare il prezzo di un prodotto o servizio spostandolo verso una gamma più alta è una mossa di pricing, legittima e diffusa. Vendere una trasformazione è un esercizio diverso: significa costruire un percorso in cui il cliente esce diverso da come è entrato, e farsi pagare per quel cambiamento, oltre che per l’accesso a una versione più costosa dello stesso prodotto. Confondere le due cose porta a caricare di prezzo un’offerta che resta, nella sostanza, quella di prima. Ne sanno qualcosa i brand del lusso che negli ultimi anni hanno aumentato i prezzi a tal punto da doverli oggi riconsiderare al ribasso.
Il settore wellness mostra quanto sia difficile arrivare davvero alla trasformazione senza passare per la comunità. McKinsey, nel suo report Future of Wellness, stima il mercato del wellness globale oltre 1’800 miliardi di dollari, ma segnala anche che la permanenza media nelle iscrizioni in abbonamento resta sotto il 30 per cento dopo dodici mesi, il che rende il churn il problema principale. Coloro che riescono a superare questa soglia hanno quasi sempre costruito un’appartenenza autentica, capace di reggere quando la motivazione individuale viene meno. Questo perché l’abitudine al prodotto, da sola, regge meno di quanto si pensi.
Cosa cambia per chi progetta relazioni con i clienti
Per chi lavora sulla relazione con i clienti, questa scala di valore chiede prima di tutto chiarezza su cosa si sta vendendo davvero: un’attività, un tempo vissuto o un cambiamento nella persona. Ogni livello ha logiche di prezzo, di promessa e di misurazione diverse, e trattarli come intercambiabili produce solo confusione nell’offerta.
Gli spazi fisici, quando esistono, meritano di essere progettati soprattutto come luoghi di incontro reale, oltre che come punti di erogazione di un servizio o come generici touch point. La promessa comunicata e l’esperienza effettiva devono restare coerenti: chi promette comunità e offre solo transazione perde credibilità più in fretta di chi promette meno e mantiene tutto. Il valore, infine, si misura nel tempo: la permanenza e la qualità della connessione sociale contano quanto il fatturato immediato, spesso più.
Vale anche per chi lavora in settori dove la dimensione fisica sembra marginale. Un servizio digitale può comunque generare appartenenza, se costruisce momenti di incontro reale tra i suoi utenti, oltre che tra utente e piattaforma. La sostanza del ragionamento vale per ogni azienda che voglia costruire relazioni capaci di durare più di una transazione, non solo per negozi e palestre.
La dimensione fisica non è tornata di moda, ma è sempre stata necessaria per chi vuole vendere un cambiamento oltre che un accesso. La domanda che ogni azienda dovrebbe porsi riguarda proprio questo: quali relazioni, e quali trasformazioni personali, la propria offerta rende davvero possibili?
Gian Carlo Mocci trasforma l’Experience Economy in vantaggio competitivo. In 25 anni di carriera ha analizzato i processi di oltre 200 organizzazioni e affiancato aziende e professionisti nel trasformare customer experience (CX) ed employee experience (EX) in risultati concreti. Ha maturato la propria visione strategica in contesti internazionali, corporate e startup: un’organizzazione globale di ispezione e certificazione internazionale (presente in 140 paesi), una multinazionale finanziario-assicurativa leader mondiale (N° 1 Fortune – World’s Most Admired Companies) e la più grande startup italiana (5 miliardi di euro di investimento totalmente privato) dove oggi è referente CRM & Marketing Automation. Opera inoltre con un’attività indipendente come speaker, formatore e advisor per aziende e business school, ed è il Presidente di AICEX Associazione Italiana Customer Experience. Questa molteplice prospettiva è il cuore del suo approccio: porta l’esperienza diretta e attuale per una lettura integrata di CX, EX, CRM e marketing automation. Maggiori approfondimenti su giancarlomocci.com





