Sovranità digitale europea: dalla dichiarazione UE alle scelte su cloud, dati e AI

Quando si parla di sovranità digitale, il rischio è sempre lo stesso: pensare a un tema astratto, lontano dalla quotidianità delle imprese e delle persone. La firma della Declaration for European Digital Sovereignty, avvenuta il 18 novembre a Berlino e sottoscritta anche dal Governo italiano, aiuta invece a riportare il concetto su un piano molto concreto: quello della capacità di decidere.

La Dichiarazione definisce la sovranità digitale come la possibilità per l’Unione europea di agire in modo autonomo nel mondo digitale, governando infrastrutture, dati e tecnologie secondo le proprie leggi, i propri valori e i propri interessi di sicurezza. Non isolamento, quindi, ma riduzione delle dipendenze strutturali da attori esterni, restando aperti alla cooperazione con chi condivide i principi europei.

Come ha chiarito Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, la sovranità digitale “non vuol dire chiudersi al mondo, ma dotarsi degli strumenti necessari per scegliere in autonomia le proprie soluzioni tecnologiche, proteggere i dati più sensibili e rafforzare le infrastrutture critiche”. È una frase che sposta il baricentro del dibattito: non ideologia, ma autonomia decisionale.

Sovranità digitale: cosa significa davvero

Letta in chiave operativa, la sovranità digitale riguarda tre dimensioni intrecciate. La prima è il controllo sui dati, considerati dalla stessa Dichiarazione un asset strategico per l’Europa. La seconda è la governance delle infrastrutture tecnologiche, dal cloud alle reti. La terza è la capacità di decidere come sviluppare e usare tecnologie chiave come l’intelligenza artificiale, senza subire vincoli giuridici o tecnologici imposti dall’esterno.

Non a caso il documento europeo richiama strumenti molto concreti: identità digitale europea, spazi di dati comuni, sandbox regolatori, cloud e AI affidabili. Accanto alla tecnologia, però, emergono anche persone, competenze, alfabetizzazione digitale e tutela della fiducia pubblica, in un contesto segnato da disinformazione, deepfake e aumento degli attacchi cyber.

Questa visione non resta confinata alle istituzioni. Sta entrando, sempre più chiaramente, anche nelle scelte delle aziende.

Quando la sovranità entra nei criteri decisionali delle aziende

Secondo il Barometro della Sovranità Digitale 2025 di EY, quattro aziende su cinque considerano oggi la sovranità digitale un criterio essenziale nelle proprie scelte tecnologiche, destinato a diventare ancora più rilevante nei prossimi anni. È un dato che segnala un cambiamento profondo: la sovranità non è più percepita come un tema “istituzionale”, ma come una leva di gestione del rischio.

Le imprese valutano cloud, software e partnership non solo in base a costi e performance, ma anche a controllo, resilienza e indipendenza. A spingere in questa direzione sono fattori molto concreti: l’aumento degli attacchi cyber, l’attenzione crescente alla protezione dei dati e uno scenario geopolitico sempre più instabile.

Il Barometro EY introduce un punto spesso sottovalutato: sovranità e performance non sono in contraddizione. Le soluzioni sovrane devono garantire conformità normativa e sicurezza, ma senza compromettere produttività e agilità operativa. In questo quadro, diventa rilevante la distinzione tra certificazione e qualificazione: la seconda implica valutazioni di lungo periodo, analisi del codice e capacità di prevenire vulnerabilità e backdoor, rafforzando la fiducia complessiva nel sistema.

Un altro dato critico riguarda il rischio legato alle normative extraterritoriali. Il Cloud Act statunitense, ad esempio, consente alle autorità USA di accedere ai dati gestiti da provider americani anche se fisicamente collocati fuori dagli Stati Uniti. La dipendenza tecnologica non è solo un rischio operativo, ma anche giuridico e reputazionale.

La sovranità non vive solo nel cloud

Nel dibattito pubblico, sovranità digitale fa spesso rima con cloud e intelligenza artificiale. La ricerca di Fritz, basata su un’indagine YouGov, invita però ad allargare lo sguardo a un livello spesso invisibile, ma decisivo: l’infrastruttura di rete. Router e modem non sono semplici dispositivi di accesso. Sono snodi critici attraverso cui transitano dati sensibili, dalle transazioni bancarie alle comunicazioni di lavoro. È in questi punti che la rete globale incontra la vita quotidiana di cittadini e imprese.

I dati parlano chiaro: il 90% degli intervistati dichiara di avere fiducia nei prodotti “Made in Europe”, riconoscendo standard di sicurezza e conformità più elevati rispetto alle alternative extraeuropee. La fiducia dei consumatori diventa così una componente della sovranità digitale, non un elemento secondario.

Come osserva Jan Oetjen, Ceo di Fritz, “i router compromessi rappresentano una minaccia enorme, perché possono essere utilizzati come strumenti per attacchi informatici difficili da individuare”. Anche da qui passa la capacità di proteggere dati, infrastrutture e libertà digitali.

Cloud, dati e “cervelli artificiali”

Se ci si sposta sul terreno del cloud e dell’intelligenza artificiale, il tema della sovranità assume una forma ancora più strategica. Netalia introduce un’immagine efficace: la fuga dei “cervelli artificiali”. Non solo dati, ma anche capacità computazionale, modelli di AI e infrastrutture che generano valore rischiano di essere concentrati nelle mani di pochi grandi attori globali.

“Con il progresso digitale”, osserva Michele Zunino, Amministratore Delegato di Netalia  “il problema non riguarda più solo i cervelli umani, ma anche quelli elettronici: dati, capacità di calcolo e intelligenza artificiale”. In altre parole, perdere il controllo su dove risiedono i dati e dove vengono addestrati i modelli significa ridurre la capacità di creare valore nel tempo

In questa prospettiva, il cloud sovrano non è una scelta protezionistica, ma una leva di governance. Serve a ridurre lock-in tecnologici, rischi giuridici e perdita di controllo su dati e modelli di AI, soprattutto nei settori regolamentati o strategici.

La sovranità come equilibrio, non come fortezza

Una visione complementare arriva da NetApp, che invita a superare una lettura binaria della sovranità dei dati. Non esiste solo l’alternativa tra sistemi completamente isolati e cloud globali senza vincoli. La realtà delle organizzazioni, soprattutto nei settori regolamentati, è fatta di compromessi e scelte graduali.

“La sovranità non è una fortezza inaccessibile né un flusso incontrollato di dati”, osserva Davide Marini, Country Manager Italy di NetApp. “È un equilibrio dinamico, che va costruito tenendo insieme sicurezza, controllo ed efficienza”.

Modelli ibridi e multi-cloud permettono di mantenere i dati più sensibili entro confini controllati, sfruttando al tempo stesso la scalabilità del cloud per carichi meno critici. Ma questo richiede strumenti di governance: sapere sempre dove sono i dati, applicare policy coerenti, gestire l’intero ciclo di vita delle informazioni, inclusa la cancellazione sicura.

In questa prospettiva, la sovranità non è una decisione una tantum, ma un processo continuo, che deve adattarsi all’evoluzione delle normative, delle minacce e delle priorità di business.

Dalla visione alle architetture concrete

Osservando come alcune aziende europee stanno traducendo questi principi in soluzioni operative, emerge un elemento comune: la sovranità digitale prende forma quando si presidia l’intera catena del valore.

Con IndraMind, il Gruppo Indra porta il tema dell’AI sovrana nei contesti più critici, dove autonomia tecnologica e capacità decisionale non sono negoziabili. Qui la sovranità riguarda dati, algoritmi, software e infrastrutture, ed è strettamente legata alla gestione di scenari di rischio ibrido, in cui cyberspazio, infrastrutture fisiche e servizi essenziali si intrecciano.

SAP, con il lancio di EU AI Cloud, propone invece un approccio modulare. Le organizzazioni possono scegliere diversi livelli di sovranità e deployment, dai data center europei alle soluzioni on-site completamente gestite, integrando un ecosistema di partner AI. La sovranità, in questo caso, non limita l’innovazione, ma ne definisce il perimetro di governance.

Una leva strategica anche per la Customer Experience

Letta nel suo insieme, la sovranità digitale non è solo un tema di infrastrutture o sicurezza. Ha implicazioni dirette per chi gestisce Customer Experience, fiducia e relazione con il cliente. Dove risiedono i dati, chi li elabora e secondo quali regole influisce sulla capacità di personalizzare i servizi, garantire continuità, rispondere agli incidenti e mantenere la fiducia nel tempo.

La sovranità digitale diventa così una scelta strategica che incide sulla qualità della relazione, non solo l’efficienza tecnologica. Non è una destinazione finale, ma un percorso fatto di decisioni consapevoli, compromessi e responsabilità condivise. Ed è proprio in questo equilibrio, sempre da rivedere, che si giocherà una parte importante della competitività europea nei prossimi anni.

L’articolo in sintesi

  • La sovranità digitale europea indica la capacità di governare dati, infrastrutture e tecnologie secondo regole e valori propri, senza dipendenze strutturali da attori esterni.
  • La Dichiarazione europea firmata a Berlino chiarisce che sovranità non significa chiusura, ma autonomia di scelta tecnologica.
  • Secondo il Barometro EY 2025, l’80% delle aziende considera oggi la sovranità digitale un criterio strategico nelle decisioni su cloud e software.
  • La sovranità riguarda anche infrastrutture spesso invisibili, come le reti e i dispositivi di accesso, che concentrano dati sensibili e fiducia degli utenti.
  • Nel cloud e nell’AI, la sovranità emerge come equilibrio dinamico tra controllo, conformità, performance e capacità di innovare.
  • Per chi gestisce Customer Experience, la sovranità digitale è una leva di fiducia, continuità del servizio e qualità della relazione nel lungo periodo.

Fonti e riferimenti

  • Declaration for European Digital Sovereignty, firmata dagli Stati membri dell’Unione europea, Berlino, 18 novembre 2025
  • EY, Barometro della Sovranità Digitale 2025
  • YouGov, ricerca commissionata da FRITZ! su fiducia nei prodotti “Made in Europe” (agosto 2025, campione 5.209 persone)

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