AI e benessere digitale: lo studio Cisco-OCSE sui divari generazionali

L’intelligenza artificiale generativa è ormai entrata nel dibattito pubblico e nelle pratiche quotidiane, ma il suo livello di adozione non è sufficiente per comprenderne davvero l’impatto sulla vita delle persone. È da questa consapevolezza che nasce la ricerca realizzata da Cisco in collaborazione con l’OCSE, nell’ambito del Digital Well-being Hub, con l’obiettivo di analizzare benefici, rischi e ricadute dell’AI sul benessere digitale.

Lo studio, basato su un’indagine condotta all’inizio del 2025 in 14 Paesi, mette in luce una realtà tutt’altro che omogenea. Dietro l’entusiasmo che spesso accompagna il racconto dell’AI emergono infatti profondi divari generazionali e geografici, che influenzano non solo chi utilizza l’AI, ma anche chi ne trae reale valore e chi, al contrario, ne percepisce soprattutto le criticità.

Giovani ed economie emergenti guidano l’uso della GenAI

A livello globale, i giovani adulti risultano i principali utilizzatori di contenuti digitali e di strumenti di intelligenza artificiale generativa. Gli under 35 sono i più attivi sui social media, i più esposti ai dispositivi connessi e quelli che fanno un uso più intenso della GenAI. Questo trend è particolarmente marcato nelle economie emergenti come India, Brasile, Messico e Sud Africa, dove si registrano i tassi più elevati di utilizzo, fiducia e interesse verso la formazione sull’AI.

Il quadro europeo appare invece più prudente. Nei Paesi dell’Unione la fiducia verso l’AI è inferiore e l’incertezza più diffusa. L’Italia si colloca in questa fascia, con solo il 23% di utenti che dichiara di utilizzare attivamente l’AI generativa. Un dato che segna una discontinuità rispetto alle dinamiche storiche dell’innovazione tecnologica, che in passato vedevano le economie avanzate muoversi più rapidamente rispetto a quelle emergenti.

Il caso italiano: interesse, ma poca familiarità

Entrando nel dettaglio del campione italiano, emerge un atteggiamento ambivalente. Poco più della metà degli intervistati considera l’AI utile e affidabile, mentre la percezione della sua dimensione etica scende sotto il 50%. Colpisce però l’elevata percentuale di risposte interlocutorie: tra il 35% e il 42% degli intervistati dichiara di “non sapere” se l’AI sia utile, affidabile o etica.

Un’incertezza che sembra legata soprattutto alla scarsa familiarità con la tecnologia. Il 68% del campione italiano non ha infatti seguito alcun percorso formativo per migliorare le proprie competenze sull’uso della GenAI. Un dato coerente con quanto rilevato dall’OCSE, secondo cui la formazione sull’AI cresce tra i più giovani e tra chi ha un livello di istruzione più elevato, ma resta limitata nelle fasce d’età più mature.

Benessere digitale e tempo davanti agli schermi

La ricerca non si limita all’adozione dell’AI, ma allarga lo sguardo al rapporto complessivo tra tecnologie digitali e benessere. Nei Paesi emergenti, dove l’uso del digitale è più intenso, le persone trascorrono anche più tempo davanti agli schermi per attività ricreative e basano maggiormente la propria socializzazione sul mondo online. Questo si accompagna a oscillazioni emotive più marcate legate all’uso delle tecnologie.

Nel complesso, oltre il 38% del campione globale supera le cinque ore al giorno di screen time ricreativo, una soglia che lo studio associa a un minore benessere e a una ridotta soddisfazione personale. In Italia questa quota riguarda il 37% degli intervistati. Pur non potendo parlare di un rapporto causale diretto, i dati rafforzano l’idea che il benessere digitale debba diventare una priorità, per evitare che il progresso tecnologico abbia un costo in termini di salute e qualità della vita.

Dalla GenAI alla “Generazione AI”

Le differenze generazionali sono uno degli elementi più evidenti della ricerca. Oltre il 50% degli under 35 utilizza attivamente l’AI generativa e più del 75% la considera utile. Quasi la metà delle persone tra i 26 e i 35 anni ha già completato un percorso formativo sull’AI. All’estremo opposto, tra gli over 45 l’uso dell’AI è molto più limitato e tra gli over 55 prevale l’incertezza, più che un rifiuto esplicito.

Questi divari si riflettono anche nelle aspettative sull’impatto dell’AI nel mondo del lavoro. I più giovani e chi vive nelle economie emergenti si aspettano effetti significativi sulle proprie carriere, mentre le generazioni più mature tendono a prevedere un impatto minore. In Italia, l’AI è considerata utile dall’80% degli under 35, ma questa percezione scende progressivamente fino al 37% tra gli over 55, con livelli di fiducia che seguono un andamento simile.

Competenze e responsabilità al centro del dibattito

Secondo Cisco, il vero indicatore di successo dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere la sua diffusione, ma la capacità di migliorare concretamente la vita delle persone. Da qui l’impegno dell’azienda in programmi di formazione e inclusione digitale, come la Cisco Networking Academy e il Country Digital Acceleration, attivi anche in Italia.

Il messaggio che emerge con forza dalla ricerca è chiaro: le differenze generazionali e geografiche non sono inevitabili. Possono essere affrontate investendo in alfabetizzazione digitale, progettazione responsabile delle tecnologie e attenzione al benessere, affinché la cosiddetta “Generazione AI” sia davvero inclusiva e non lasci indietro nessuno.

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