Corretta informazione e lotta agli haters: ci pensa Loudemy

Non serve avere un acuto spirito d’osservazione per accorgersi di come la libertà d’espressione garantita dagli attuali strumenti di comunicazione stia mostrando ultimamente il suo lato più pericoloso: dilaga infatti il cosiddetto hate speech, ovvero quella forma espressiva che veicola disprezzo nei confronti di gruppi ben identificabili di individui, in forma aperta e gravemente offensiva, mettendoli in pericolo o danneggiandoli.

Provare a tutelare la comunità degli utenti arginando questo fiume in piena di generalizzazioni approssimative, insulti, aggressività diffusa e costruzione di menzogne ad hoc appare sempre più come un compito sovrumano, e le forze a disposizione per portare a termine tale missione rischiano di non bastare di fronte all’infinità di haters attivi in ogni momento sui canali social. Un aiuto insperato arriva però dalla tecnologia stessa, che sembra avere al suo interno il rimedio più efficace per il problema che ha indirettamente contribuito a generare: i chatbot, forse, potranno avere successo là dove gli uomini iniziano a soccombere.

Proteggere gli utenti digital da haters e bufale: il chatbot Loudemy

LOUDEMY_toleranceUna convinzione simile ha portato alla nascita della piattaforma Loudemy, ideata dalla ricercatrice italiana Selene Biffi, che permette agli utenti di creare bot capaci di trasformare anche i commenti più bellicosi e disinformati in occasioni di dialogo e informazione, nel tentativo di invertire la tendenza alla disinformazione e all’intolleranza che sta prendendo piede sulle piattaforme social.

In perfetta sintonia con il suo ruolo di promotore di un dialogo costruttivo, il chatbot Loudemy non ricorre quindi alla censura nei confronti degli autori di post e commenti intolleranti e faziosi, ma introduce nelle conversazioni informazioni alternative, diffondendo così nuove prospettive documentate sulle tematiche in questione, ricorrendo anche al supporto di testi scritti, file audio, immagini e video.

Creare il proprio bot conversazionale anti-fake news e anti-hate speech con Loudemy non richiede conoscenze tecniche particolari: è infatti sufficiente registrarsi sulla piattaforma, selezionare gli argomenti d’interesse e le fonti alle quali il chatbot dovrà attingere per formulare le proprie risposte (organizzazioni internazionali, istituti di ricerca, enti riconosciuti, etc.) e, infine, collegare il bot al proprio account Facebook, Twitter, Instagram o YouTube. Il chatbot entrerà così in azione e, grazie a un algoritmo proprietario ideato dalla Enteeractive di Padova, inizierà a monitorare i post presenti sulla pagina dell’account: ogni volta che, attraverso l’analisi semantica dei contenuti, verranno individuati parole e concetti negativi, notizie infondate e intolleranza, il bot interverrà automaticamente nella conversazione postando contenuti di qualità utili a combattere la disinformazione e a disinnescare i focolai di aggressività social. La versione del chatbot Loudemy pensata per società e organizzazioni, inoltre, permette di inserire nelle repliche automatizzate anche i propri report e le proprie fonti.

In genere i chatbot vengono utilizzati a supporto del servizio clienti online, per prenotare viaggi, chiedere informazioni meteorologiche o ricevere notizie. Ma credo possano fare molto, molto di più, specialmente in un clima come quello attuale” ha dichiarato Selene Biffi, raccontando come è nata l’idea di questa piattaforma. “L’idea mi è venuta circa un anno fa, mentre lavoravo in Afghanistan e ci fu un violentissimo attentato. Sui social si scatenavano ondate di odio piene di falsità, ma era impossibile rispondere a tutti. Per questo cominciai a chiedermi come automatizzare. Il sistema fa un’analisi testuale e poi si esprime attraverso un bot, utilizzando una serie di fonti che gli sono state indicate. Per ora funziona su Twitter, Facebook, YouTube e Instagram in inglese, italiano, spagnolo e francese, e vogliamo aggiungere anche l’arabo e altre lingue non appena avremo raccolto più finanziamenti”.

Staremo allora a vedere se, mentre insegniamo alle macchine l’arte della conversazione, riusciremo a ricordarci come si sviluppa un dialogo ragionato e informato, in un momento storico in cui la sovraesposizione mediatica, la potenza dei mezzi di comunicazione a nostra disposizione e l’enorme mole di informazioni e notizie costantemente generate e disponibili sembrano sopravanzare di gran lunga la nostra capacità di riflessione, assimilazione e valutazione dei contenuti, per un’elaborazione consapevole e civile del nostro punto di vista sul mondo.